Mosca. Gli zombi di periferia

Gli zombi di periferia

I nuovi quartieri di Mosca

I nuovi quartieri di Mosca hanno nomi che finiscono quasi tutti in “-vo”: Beliaievo, Iassenevo, Certanovo, Novoghireievo, Medvedkovo, Biriuliovo, Orekhovo-Borissovo, Bibirevo, Golianovo.

Per l’intellettuale moscovita sono ciò che il Tibet rappresenta per i lama.

Testo di Vladimir Sorokin

Non posso fare a meno di associare questa desinenza all’esclamazione popolare “vo!”, qualcosa come “ma guarda un po’!”, nella quale sembrano combinarsi stranezza e minaccia, servilismo e buffonaggine. In breve: tutto ciò che costituisce l’essenza di quella mentalità contadina che, nel nostro Paese, continua a essere predominante.

Non sarebbe del tutto sbagliato vedere nella Russia contemporanea un Paese di contadini urbanizzati.

La maggior parte delle città sovietiche è infatti popolata da persone che, nel corso degli ultimi cinquant’anni, hanno abbandonato villaggi in decomposizione per trasferirsi nei centri urbani.

Mosca non fa eccezione.

I quartieri sorti a partire dal dopoguerra sono cresciuti come funghi, soprattutto per accogliere questa nuova popolazione sradicata.

Le loro dimensioni sono letteralmente agghiaccianti.

Messi insieme, tutti questi Medvedkovo e Biriuliovo potrebbero contenere tredici volte la vecchia Mosca racchiusa nella Cintura dei Giardini.

Eppure, ufficialmente, vengono chiamati “microsettori”.

Una parte enorme di essi è abitata dai contadini di ieri, persone fuggite dalla miseria dei kolkhoz, assunte nelle officine di Mosca e infine, dopo lunghi anni di duro lavoro, premiate con la tanto desiderata propiska: la registrazione che concedeva il diritto di residenza e permetteva di accedere stabilmente ai beni della capitale.

Salame. Burro. Carne.

La promessa sovietica della vita urbana.

Gli edifici-tipo

I nuovi quartieri delle città sovietiche si assomigliano fino alla nausea.

Sono generalmente costituiti da edifici standardizzati, costruiti su terreni incolti o al posto di villaggi completamente rasi al suolo.

Sono stabili-conigliere edificati in fretta, spesso nell’arco di tre o cinque anni, privi di qualsiasi ricerca architettonica.

A distinguerli è soprattutto il numero dei piani, che sembra crescere insieme alle epoche politiche: quattro sotto Krusciov, sei o otto sotto Breznev, poi quindici e persino ventitré.

Le battute sull’anonimato di questi quartieri sono innumerevoli.

Una vecchia strofa popolare tra i tassisti recitava:

Ti condurrò nella tundra
e anche a Ivanovo.
Ti condurrò dove vorrai,
ma non a Certanovo.

Perdersi nei nuovi quartieri, in effetti, non è difficile.

Un celebre film di Riazanov nasce proprio da questa uniformità esasperante: il protagonista, residente a Mosca in via della Costruzione, si ritrova ubriaco su un aereo per Leningrado.

Una volta arrivato, prende un taxi e dà il proprio indirizzo.

Il tassista lo conduce realmente in una via della Costruzione.

L’edificio è identico a quello di Mosca.

L’appartamento è identico.

Perfino la chiave apre la porta.

L’invasione di Mosca

I nuovi quartieri sono abitati soprattutto dai limitciki: persone provenienti dalla provincia che si facevano assumere nelle industrie moscovite attraverso un “limite”, cioè un contratto che le vincolava per anni alla stessa azienda.

Dopo un lungo periodo negli alloggi per lavoratori, potevano finalmente formare una famiglia e ricevere, come suprema concessione dello Stato, un appartamento individuale.

Lontano.

In una periferia atroce.

Magari a Lianozovo.

A Mosca i limitciki sono tradizionalmente considerati esseri inferiori.

I moscoviti li guardano con disprezzo per l’accento provinciale, l’aspetto contadino e, soprattutto, perché vengono accusati di ingrossare le interminabili file davanti ai negozi.

“Hitler non è riuscito a prendere Mosca. I limitciki sì”, scherzano malignamente alcuni abitanti della capitale.

Ma c’è un paradosso.

Dopo pochi anni trascorsi a Mosca, gli stessi limitciki cominciano a sentirsi moscoviti e a disprezzare i nuovi arrivati.

Persone che, magari, provengono esattamente dallo stesso villaggio dal quale erano partiti loro.

Una storia che viene da lontano

Il fenomeno non è recente.

I primi limitciki arrivarono a Mosca già negli anni Trenta.

Lavoravano soprattutto alla costruzione della metropolitana, nelle industrie e nei grandi cantieri amministrativi, celebrati allora come imprese della Gioventù comunista.

Oggi, diventati anziani, raccontano i sacrifici affrontati pur di conquistare il diritto di abitare in un appartamento con acqua calda e poter comprare una gallina ungherese al negozio.

I genitori di un mio amico, per esempio, fuggiti dal kolkhoz alla fine degli anni Trenta e assunti alla ZIL, non riuscirono nemmeno a ottenere una stanza in un dormitorio operaio.

Corruppero allora il gestore di un edificio e, con il suo permesso, scavarono una cantina.

Vissero lì in sei, senza alcuna comodità, fino al 1955.

Il mucchio di terra prodotto da quegli scavi è ancora lì.

Un monumento alla loro ostinazione contadina.

Un’altra famiglia, composta da quattro persone, visse per diciotto anni in una sola stanza di un alloggio per lavoratori.

La figlia condivise il letto con la madre fino all’età di diciassette anni.

Eppure le condizioni dei limitciki più recenti non sembrano necessariamente migliori.

Il documentario Limita mostrava giovani lavoratori raccontare la propria esistenza quasi servile: soprusi dei capisquadra, furti negli alloggi comuni, prostituzione, alcolismo, tossicodipendenza.

Tutto questo per un solo obiettivo:

vivere nella capitale.

L’edificio in sé

I limitciki, tuttavia, non sono gli unici abitanti dei nuovi quartieri.

Progressivamente vi si è trasferita anche l’intellighenzia, insieme a persone relativamente agiate, spesso attive nel commercio, capaci di comprare dallo Stato un appartamento cooperativo.

Ci vivo anch’io.

A Iassenevo.

Abito in un edificio cooperativo di quindici piani, a cinquanta metri dalla grande Cintura di Circonvallazione che divide brutalmente il mondo in due territori:

Mosca e non-Mosca.

Basta attraversare quel nastro d’asfalto e iniziano le foreste di betulle.

Comincia la Russia.

La non-Mosca.

Con il suo spazio infinito.

Neve.

Ancora neve.

Con il suo tempo non moscovita: l’eternità, il nulla.

E con i suoi problemi non moscoviti:

dove trovare del salame?

Passeggiata a Iassenevo

Passeggio raramente nel quartiere.

Preferisco attraversare la strada e andare nella foresta, da dove le scatole bianche degli edifici, ammassate l’una contro l’altra, sembrano ancora più estranee.

Ma oggi ho un pretesto per camminare a Iassenevo.

È la fine di novembre.

Fa freddo.

Nevica.

E c’è vento.

A Iassenevo c’è sempre vento.

Su una panchina ghiacciata davanti all’ingresso del palazzo siede una donna anziana, rigida come una statua, appoggiata a un bastone.

Ce n’è una davanti a quasi ogni ingresso.

Con qualsiasi tempo escono dalla propria tana per “stare un po’ davanti a casa”.

Ripetono inconsapevolmente l’antica abitudine contadina delle loro nonne, che mezzo secolo prima rimanevano per ore davanti all’ingresso dell’isba, appoggiate a un bastone, osservando in silenzio chiunque passasse.

Proseguo.

Neve e muri.

Muri e neve.

Salgo su una collina e guardo il panorama.

La prima impressione è che questi edifici non siano stati costruiti dagli uomini.

Sono stati costruiti da una macchina statale senza volto.

Architettura dello Stato

La stessa sensazione mi assale davanti ai grattacieli stalinisti.

Soprattutto davanti all’Università.

Un grandioso monumento dello stalinismo.

Ogni volta che passeggio sui Monti Lenin penso che quell’edificio non sia stato costruito dagli uomini né per gli uomini.

È stato costruito dallo Stato.

Per lo Stato.

Soltanto avvicinandosi si cominciano a distinguere le piccole finestre, un ingresso nascosto dietro le colonne e infine gli esseri umani, minuscoli come formiche.

Quasi viene da pensare che sarebbe meglio se nessuno vi studiasse.

Che l’edificio potesse esistere semplicemente per se stesso, senza uomini.

Un gigantesco simbolo di pietra dello Stato stalinista.

Una sorta di Ding an sich, una “cosa in sé”.

Gli edifici di Iassenevo non possiedono la stessa solennità.

Ma anche loro sembrano costruiti dallo Stato, non dagli uomini.

Nessun essere umano avrebbe probabilmente progettato qualcosa di simile per se stesso.

La differenza è che questi edifici non sono stati eretti per lo Stato.

Sono stati costruiti per il popolo.

Ed è proprio questa architettura infernale a mostrare chiaramente una concezione dell’essere umano non come individuo, ma come parte di una massa biologica chiamata “popolo”.

Una massa che lo Stato può impastare, torcere, stendere e modellare come un panettiere con la propria pasta.

Nel regno dei morti

Scendo dalla collina e mi dirigo verso il negozio di alimentari.

È l’unico della nostra via Odoievski, dove vivono circa ottomila persone.

Un piccolo negozio vecchio stile.

Tre venditrici sonnolente.

Camici un tempo bianchi, infilati sopra grossi maglioni.

Dietro il banco: pesce conservato, margarina, un salame improbabile e un enorme cubo di burro giallo.

Nel reparto del pane, scaffali di legno scheggiato.

Vuoti.

Una commessa legge la Pravda.

“Non c’è pane?”, domando stupidamente.

Dopo un lungo silenzio, senza alzare la testa:

“Lo consegnano alle cinque.”

Nel reparto macelleria quattro persone aspettano in silenzio.

La venditrice si muove lentamente, come una sonnambula.

Taglia il salame.

Lo pesa su una bilancia antidiluviana.

Aggiunge il contrappeso.

Osserva l’ago.

“Un rublo e venticinque.”

Avvolge il pezzo in una spessa carta marrone.

Riceve il denaro senza guardare il cliente.

Gli porge il salame.

Fine.

Tutto sembra fossilizzato.

Come se i presenti fossero morti usciti dalle proprie bare per compiere un rito assurdo e quasi inutile.

Un mondo addormentato

Entra un inserviente.

Il volto gonfio.

Una giacca imbottita e sporca.

Spinge un carrello pieno di cartoni di latte.

Perché lo fa?

Impossibile dirlo.

Perché proprio latte?

Al suo posto potrebbero esserci teste umane congelate o pupazzi metallici ghignanti.

Il suo viso segnato dall’alcol è immobile.

Lascia il latte.

Si gira.

Se ne va.

Esco dal negozio.

Fuori, il contatto con la natura russa, fredda e congelata, rafforza l’impressione che la vita intorno a me sia terminata.

Mi torna alla mente Sologub:

“La strada era morta, le case apparivano ricoperte da un sudario brillante, sontuoso e crudele.”

Cammino nel regno dei morti.

Ogni cespuglio, ogni angolo di palazzo, ogni anziana seduta su una panchina sembra confermarmelo.

E tuttavia non provo paura.

Perché?

Perché io stesso non sono più vivo di quella vecchia immobile, dell’inserviente dal volto gonfio o delle persone che aspettavano davanti al banco.

Sono morto anch’io.

Sono nato qui.

Sono cresciuto tra queste nevi senza vita, sotto lo sguardo implacabile di uno Stato senza misericordia.

Sono un abitante legittimo di questo regno.

Partecipo anch’io a questa esistenza inumana e ai suoi cupi rituali.

Le diciotto

Il crepuscolo chiude la breve giornata invernale.

Qua e là si accendono delle luci.

Si avvicina il grande momento della giornata:

le diciotto.

L’ora di punta.

Gli abitanti di Iassenevo tornano dal lavoro.

Le fabbriche chiudono alle cinque, ma per raggiungere questa lontana terra promessa serve almeno un’altra ora.

Non esiste ancora la metropolitana per Iassenevo.

Dalla stazione più vicina partono autobus strapieni.

Aspetto alla fermata di via Golubinskaia.

Poi compare il primo autobus arancione.

Avanza con fatica.

I finestrini mostrano persone stipate come aringhe in un barile.

Le porte si aprono.

Una massa biologica grigio-bruna si riversa sulla neve.

Arriva un secondo autobus.

Poi un terzo.

In pochi minuti mi trovo circondato da una folla compatta diretta verso l’edificio illuminato del supermercato.

Un’oasi di speranza nel buio dei palazzi coperti di neve.

Nella folla i volti si confondono.

Limitciki.

Intellettuali.

Studenti.

Rimane soltanto la stanchezza.

La fila del vino

All’ingresso del supermercato avviene una rapida separazione.

Le donne corrono verso il settore alimentare.

Gli uomini verso quello dei vini.

La campagna contro l’alcolismo ha ormai separato fisicamente i due reparti.

In quanto uomo, mi dirigo quasi automaticamente verso il vino.

Dietro una vetrina vedo le donne contendersi salame, burro, formaggio, cavoli e patate.

La fila per il vino comprende un centinaio di persone.

Si avvolge intorno a casse rotte.

Sale verso due grandi porte di ferro.

Anche qui domina lo stesso automatismo mortuario.

Chi si trova in fondo alla fila è quasi immobile.

Soltanto avvicinandosi alla porta, dietro la quale si trovano gli oggetti del desiderio, i corpi sembrano scongelarsi.

Cominciano a muoversi.

A spingere.

A tentare di passare avanti.

Ma nemmeno questa improvvisa agitazione li rende vivi.

Sottolinea soltanto la loro inerzia.

La loro indifferenza.

Il loro distacco da se stessi.

Qualcuno litiga.

“Perché spingi?”

“Ero prima di te.”

“Non hai fatto la fila.”

“Sono invalido di guerra.”

“E allora? Io ero con i partigiani.”

“Non fate passare nessuno. Ci sarà vino per tutti.”

I fortunati tornano indietro stringendo bottiglie di vino scadente.

“Cosa vendono?”

“Vino da tre rubli.”

“Ce n’è ancora?”

“Restano due casse.”

Dichiarazione d’amore

La strada coperta di neve.

Le sagome nere.

Le bottiglie che riflettono debolmente la luce.

Il freddo.

Ogni sera la stessa cosa.

Da anni.

Da decenni.

Eppure tutto questo, in qualche maniera, mi scalda il cuore.

Perché?

Perché l’esperienza dell’avanguardia artistica e letteraria di Mosca dimostra che un autore emarginato non potrebbe desiderare luogo migliore di questi nuovi quartieri.

Zone immerse nel nulla.

Intorno al tavolo da lavoro o al cavalletto si estendono chilometri di neve.

Assenza di tempo.

Vuoto sociale.

Nulla capace di distrarre dalla creazione.

È difficile vivere in queste zone senza vita?

Lo è per chi si limita a vivere.

Per chi crea, invece, il vuoto può diventare una forma di libertà.

Permette di concentrarsi.

Non esiste luogo migliore dal quale osservare la società.

Questi quartieri sono per gli artisti emarginati ciò che le cime tibetane sono per i lama.

Da quassù si vede lontano.

Si capiscono molte cose.

E soprattutto ci si sente isolati dalla vita “vera”, dalla cultura ufficiale, dalle speranze e dalle illusioni.

L’avanguardia nelle periferie

Nei nuovi quartieri vivono Kabakov, Prigov, Monastyrski, Syssoiev, Cuikov, Gundlakh, Zvezdocotov, Gorokhovski, Ovcinnikov, Zakharov, Volkov, Anufriev, Pepperstein, Gandlevski, Popov, Baitov, Bakstein, Jigalov, Abalakova, Albert, Stolpovskaia, Roshal, Shablavin, Sukhotin, Lebedev, Orlov, Panitkov, Barach.

Questo isolamento li ha aiutati?

Indubbiamente.

Negli ultimi quindici anni hanno realizzato opere importanti nell’arte e nella letteratura e hanno contribuito a far rinascere un’avanguardia moscovita che Stalin aveva annientato all’inizio degli anni Trenta.

E Iassenevo?

È stato utile anche a me?

Certamente.

Qui ho scritto sei libri.

Se avessi vissuto nel centro di Mosca, probabilmente ne avrei scritti tre volte meno.

Sono quindi riconoscente a questo freddo e a questi edifici-conigliere?

Sì.

Mi piacciono le panchine ghiacciate e le anziane eternamente sedute davanti ai palazzi?

Sì.

Mi piacciono gli scaffali vuoti?

Sì.

I cumuli di neve?

Il ghiaccio?

I cadaveri ambulanti?

L’assenza del tempo?

Sì.

Mi piacciono.

Mi piacciono Iassenevo, Beliaievo, Certanovo e Biriuliovo.

Mi piacciono Novoghireievo, Medvedkovo, Orekhovo-Borissovo, Bibirevo e Golianovo.

Mi piacciono Bykovo, Orlovo, Vasnetsovo.

Kabakovo, Frigovo, Syssoievo, Nekrassovo, Jigalovo, Monastyrskoio.

Shablalovo, Lebedevo, Baksteinovo.

Baitovo, Bulatovo, Cuikovo, Popovo.

Erofeievo, Sakharovo, Panitkovo.

Ivanovo.

Petrovo.

Sidorovo.

MosKultProg: a spasso per le periferie tra passato e futuro di Mosca

Mosca.

Una giornata afosa d’estate.

L’appuntamento è alle undici di sabato mattina nei sotterranei di una stazione della metropolitana.

Forse il luogo più semplice per incontrarsi in una città che sembra perdere progressivamente i propri punti di riferimento.

Per riconoscersi basta uno sguardo.

Chi lascia passare il treno e sembra aspettare qualcosa è quasi certamente dei nostri.

Non è un happening situazionista.

Non è una flash mob.

È un incontro di MosKultProg, il progetto che organizza passeggiate culturali gratuite attraverso la storia e l’architettura di Mosca.

Partecipano studenti, insegnanti, architetti, appassionati di urbanistica, storici, fotografi e semplici curiosi.

Spesso sono un centinaio.

E continuano ad aumentare.

Ciò che li unisce è la voglia di esplorare i margini della megacapitale russa e di comprendere il passato di un mondo che cresce, cambia e scompare a una velocità impressionante.

Maryino, periferia della nuova Mosca

Una volta tornati in superficie, il panorama non è particolarmente invitante.

I cliché dell’edilizia sovietica sembrano mescolarsi con uno scenario fantascientifico.

Rettangoli di cemento.

Grattacieli enormi e appena dipinti.

Stili eclettici.

Spazi privi di rilievi naturali.

Siamo a Maryino.

Una periferia esemplare delle contraddizioni della nuova Mosca.

“Per molti moscoviti questo è un posto orribile e privo di storia. Ma non è così”, spiega Sergei Nikitin, ideatore di MosKultProg ed esperto di sociourbanistica.

Davanti a lui si muove una lunga fila di persone che fotografa, prende appunti e attira gli sguardi increduli dei residenti.

La nostra guida locale è Vadim Zudkin.

Ha 45 anni.

È ingegnere.

Vive qui dal 1990.

Maryino, racconta, nasce alla fine degli anni Ottanta, nel pieno della perestrojka, in un’area nella quale, alla fine dell’Ottocento, si trovavano grandi bacini destinati alla depurazione dell’acqua per Mosca.

Tracce di un mondo scomparso

La prima tappa è un relitto di quell’epoca.

Una vecchia casa in legno, decorata con arabeschi, sopravvissuta miracolosamente tra gru e cantieri.

Un tempo ospitava i lavoratori degli impianti.

Ora è abbandonata.

A poca distanza le ruspe lavorano intorno al nuovo megamercato Eldorado.

Per costruire Maryino furono interrati i bacini, nonostante la contaminazione del sottosuolo causata dalle sostanze utilizzate per la depurazione.

Il problema, racconta Nikitin, interessa in realtà vaste porzioni della periferia moscovita.

Territori che un tempo si trovavano fuori dalla città ospitavano laboratori chimici, industrie e persino depositi di scorie.

L’espansione urbana li ha progressivamente inglobati.

Dalla crisi degli alloggi alla nuova classe media

Gli anni Ottanta segnano l’inizio di una grave crisi degli alloggi.

Sempre meno persone vogliono continuare a vivere nelle vecchie case comuni sovietiche.

Tutti desiderano un appartamento proprio.

Anche piccolo.

Il crollo dell’Unione Sovietica sorprende Maryino nel pieno della costruzione.

I lavori riprendono negli anni Novanta.

Nel 2000 arriva la metropolitana.

È un cambiamento enorme.

I prezzi aumentano.

Il quartiere diventa appetibile per una popolazione urbana in continua crescita.

Maryino si trasforma progressivamente in una sorta di mecca della nuova classe media russa.

Appartamenti più ampi.

Parcheggi.

Supermercati.

Scuole.

Chiese.

Cinema.

Persino qualche spazio naturale recuperato.

Una grande differenza rispetto ai vecchi spalnyi raion, i quartieri-dormitorio sovietici.

Eppure un elemento rimane identico:

la maggioranza degli abitanti continua a lavorare in centro.

Le cinture della Mosca sovietica

Secondo Nikitin, ogni grande fase della storia sovietica ha prodotto la propria periferia.

Prima la cintura staliniana.

Poi quella kruscioviana.

Infine quella brezneviana.

Tutte hanno dato un impulso enorme all’edilizia popolare.

Compaiono grandi edifici residenziali e, nell’epoca di Krusciov, le celebri palazzine prefabbricate di cinque piani.

Costruzioni economiche.

Materiali modesti.

Soffitti bassi.

Soluzioni pensate per essere replicate rapidamente.

Molte sono ancora in piedi.

Ristrutturarle è difficile.

Abbatterle sarà costoso.

Gli altri grandi condomini sovietici, invece, continuano a essere utilizzati perché la domanda di abitazioni resta elevatissima.

Ma anche loro, secondo Nikitin, prima o poi presenteranno lo stesso problema.

Non erano progettati per durare per sempre.

Le periferie come memoria

Le periferie, però, non sono soltanto un problema urbanistico.

Possiedono una storia.

Quartieri come Cheremushki, costruito dopo la morte di Stalin, ebbero una forza enorme nell’immaginario popolare e apparivano continuamente nel cinema sovietico.

Le periferie costituiscono una parte fondamentale dell’identità di Mosca.

Sono state il luogo di una grande elaborazione culturale e sociale.

E custodiscono anche autentici tesori architettonici.

A decine di chilometri dal centro possono sopravvivere frammenti di architettura modernista, ville zariste, edifici Art Nouveau e costruzioni dei primi anni del Novecento.

Mosca si presenta così come un gigantesco palinsesto di epoche sovrapposte.

Un laboratorio di stili, ideologie e trasformazioni.

Un patrimonio che, tuttavia, rischia di scomparire.

Una città che demolisce il proprio passato

Nel centro sopravvivono ancora alcune kommunal’ke, gli appartamenti in coabitazione nati dalla requisizione delle abitazioni borghesi dopo la Rivoluzione.

Una stanza per famiglia.

Cucina e servizi condivisi.

Per il cittadino postsovietico rappresentano spesso tutto ciò da cui fuggire.

La privatizzazione e la nascita del mercato immobiliare hanno però modificato ancora una volta la geografia sociale della città.

Molti vecchi residenti del centro sono stati spinti verso le periferie, dove gli immobili risultano relativamente più accessibili.

Il centro, invece, si trasforma progressivamente in uno spazio destinato alle nuove élite.

Appartamenti di lusso.

Uffici.

Negozi.

Nuove costruzioni sulle rovine del passato.

Il “demolitore”

Una delle figure centrali di questa trasformazione urbanistica è il sindaco Yuri Luzhkov, descritto dai suoi critici come “il demolitore”.

Durante gli anni della sua amministrazione, centinaia di edifici storici vengono abbattuti o lasciati deteriorare.

Alcuni risalgono addirittura al XVII secolo.

Un volume dedicato alla distruzione della vecchia Mosca parla apertamente di “pogrom culturale” e di “crimine contro il patrimonio”.

Una delle strategie attribuite alle grandi compagnie immobiliari consiste nel lasciare degradare edifici teoricamente protetti fino a renderne possibile la demolizione per motivi di sicurezza.

Al loro posto possono comparire restauri invasivi o edifici completamente nuovi.

Le vittime della trasformazione

Tra gli edifici coinvolti ci sono costruzioni napoleoniche, ville zariste, architetture moderniste e palazzi Art Nouveau.

Emblematico è il caso del Manezh, la scuola imperiale di equitazione del 1817 situata accanto al Cremlino, distrutta da un incendio nel 2004 e successivamente ricostruita attraverso un intervento che ne alterò profondamente l’aspetto.

Sono stati demoliti anche grandi alberghi sovietici vicini alla Piazza Rossa, come il Moskva e il Rossija.

Anche i magazzini Voyentorg sono stati sacrificati nonostante le proteste.

Parallelamente, lo skyline della città continua a crescere verso l’alto.

Nuovi grattacieli.

Nuovi quartieri per il business.

Nuove torri lungo la Moscova.

La battaglia per la Mosca storica

Contro questa trasformazione si muovono gruppi di preservazione del patrimonio.

Tra i più attivi ci sono gli esperti della Moscow Architecture Preservation Society, impegnati soprattutto nella difesa dell’eredità del Costruttivismo russo.

Quell’avanguardia modernista che, tra gli anni Venti e i primi anni Trenta, rappresentò una delle grandi utopie architettoniche sovietiche.

Altri progetti lavorano sul recupero degli immobili statali o sulla conservazione della memoria fotografica.

Il sito Mosca che non c’è più raccoglie immagini di edifici e strade scomparsi e riesce a mobilitare rapidamente centinaia di persone contro nuove demolizioni.

Il Museo Shchusev conserva invece una vastissima documentazione sulla storia dell’architettura russa.

MosKultProg lavora a una scala differente.

Quella dei piccoli monumenti di quartiere.

Edifici, luoghi e tracce storiche che difficilmente entrerebbero nei grandi manuali.

Nikitin definisce questo lavoro una sorta di rabdomanzia del passato.

L’obiettivo è far emergere una Mosca dimenticata.

Mostrare tesori che si trovano a pochi passi dalle abitazioni e che perfino i moscoviti ignorano.

Senza questi frammenti, il gigantesco spazio urbano rischia di diventare completamente anonimo.

La passeggiata di Lisa

Una delle passeggiate più riuscite ha richiamato 160 persone e due troupe televisive.

È dedicata a Lisa, protagonista della novella Bednaya Liza di Karamzin.

Nel racconto, la giovane fioraia si suicida per amore di un nobile gettandosi in un laghetto vicino al monastero Simonov.

Nell’Ottocento il luogo divenne famosissimo tra gli innamorati moscoviti.

Fu chiamato “Stagno di Lisa”.

Persino una fermata ferroviaria prese il nome di Lizino.

Poi tutto cambiò.

Il lago venne interrato.

Arrivarono edifici per lavoratori.

Poi le grandi industrie.

Poi i condomini staliniani.

Infine la metropolitana.

Il nome di Lisa scomparve dalla mappa.

Oggi anche le industrie stanno chiudendo e l’intero quartiere cerca ancora una nuova identità.

La passeggiata di MosKultProg ha permesso di collegare fra loro tutte queste stratificazioni, apparentemente separate.

Passeggiare per ricordare

Le passeggiate si trasformano spesso in vere sedute di memoria collettiva.

I partecipanti ricordano edifici scomparsi.

Vecchi nomi delle strade.

Negozi che non esistono più.

Persino il prezzo del pane.

Un altro itinerario segue l’Anello dei Giardini, un tempo storica cintura verde e luogo privilegiato delle passeggiate cittadine.

Oggi è una grande arteria soffocata da traffico, rumore e smog.

Lungo il percorso sopravvivono la casa di Čechov, residenze Art Nouveau, palazzi ottocenteschi e un ospedale settecentesco.

Ma quasi nessuno li nota.

La città si muove troppo velocemente.

Automobili, strade e memoria cancellata

L’esplosione del mercato automobilistico successiva al crollo dell’URSS ha trasformato radicalmente il paesaggio.

Nuove arterie.

Nuovi raccordi.

Nuove tangenziali.

Il terzo anello.

La MKAD.

Ogni infrastruttura risponde all’emergenza del traffico, ma contemporaneamente cancella una nuova porzione di memoria urbana.

In un quartiere visitato da MosKultProg, per esempio, fino a pochi anni prima passava un antico acquedotto zarista.

Nessuno degli attuali abitanti sembra ricordarlo.

Nemmeno gli anziani.

Il problema, osserva Nikitin, è proprio la rapidità della rimozione.

Manca una consapevolezza condivisa del valore di ciò che scompare.

Beliaievo e l’underground

Un’altra passeggiata viene guidata dal poeta Prigov attraverso Beliaievo, il quartiere nel quale ha vissuto per quarant’anni.

Cemento.

Periferia brezneviana.

Grigiore.

Eppure, tra gli anni Sessanta e Ottanta, vi abitarono alcuni dei più importanti intellettuali russi.

Nacquero qui due centri fondamentali dell’arte underground sovietica.

Anche un cinema del quartiere proiettava opere non allineate che non trovavano spazio nelle sale centrali.

Tarkovskij compreso.

La periferia apparentemente anonima diventava così rifugio della cultura non ufficiale.

Mosca, città di trasformazioni radicali

Nel corso del Novecento Mosca viene trasformata più volte.

Nel 1917 i bolscevichi ereditano una città ancora in larga parte costruita in legno.

Nel 1935, con il piano di Stalin, l’architettura diventa una manifestazione verticale del potere.

Nascono le gigantesche Sette Sorelle.

Nel 1971 Breznev sposta invece la crescita verso le periferie estreme e favorisce la nascita dei grandi dormitori-satellite.

L’eredità prerivoluzionaria, tuttavia, non scompare completamente.

Chiese, ville e palazzi vengono colpiti duramente, ma alcuni frammenti sopravvivono.

Dove oggi si estendono le periferie, nell’Ottocento si trovavano tenute nobiliari e giardini.

Con la rivoluzione industriale arrivarono fabbriche e alloggi per operai.

Già all’inizio del Novecento Mosca era una grande metropoli industriale con seri problemi ambientali.

Oggi proprio quell’architettura industriale, spesso riqualificata in altre capitali europee, fatica ancora a essere riconosciuta come patrimonio.

Qualcosa, però, sembra cambiare.

Vecchie manifatture vengono trasformate in centri culturali.

Fabbriche ottocentesche diventano spazi multifunzionali.

Garage dismessi ospitano gallerie.

Tra i nuovi ricchi torna persino un certo interesse per le case antiche e per l’estetica rétro.

Bibirevo e i microraiony contemporanei

Con la grande arteria completamente intasata, raggiungere il centro di Mosca può richiedere due ore in automobile.

Oppure più di un’ora in metropolitana.

Una metropolitana perennemente affollata, soprattutto in inverno, quando cappotti e pellicce trasformano ogni passeggero in un corpo ancora più ingombrante.

Fuori, nei quartieri periferici, spesso non c’è quasi nulla.

Nessun bar nel quale rifugiarsi dal gelo.

Nessun ristorante dove fermarsi davanti a un borsch o a una solyanka.

Alle otto del mattino e alle sette di sera i sentieri scavati nella neve dal passaggio quotidiano di migliaia di persone si riempiono di pendolari.

Camminano con attenzione.

Sotto la neve fresca si nasconde il ghiaccio.

Tutti vanno verso la metropolitana.

Poi, improvvisamente, niente.

Vento.

Neve.

Traffico.

Ruspe.

Giorno e notte.

Anche nei fine settimana.

I nuovi palazzi

Le gru continuano a montare edifici.

Sedici piani di pannelli di cemento.

Finestre e balconi già incorporati.

Un pezzo sopra l’altro.

Come mattoncini Lego.

Gli edifici sono costruiti vicinissimi per non sprecare nemmeno un metro di terreno.

Spuntano continuamente.

Rivestimenti gialli.

Marroni.

Azzurrognoli.

Palazzi apparentemente identici.

Per orientarsi rimangono soltanto le ciminiere che spezzano l’orizzonte e sputano fumo bianco.

“Benvenuti a Bibirevo”, annuncia il cartello di un’agenzia immobiliare.

Benvenuti in un microraion.

Uno dei tanti quartieri tipici della periferia di Mosca.

Vivere lontano dal centro

“L’atmosfera dei microraiony è deprimente, ma nessuno può permettersi di vivere in centro”, racconta Yelena, manager trentacinquenne.

Ha venduto il proprio monolocale centrale per ottenere qualche metro quadrato in più per i due figli.

“In centro vivevamo in quattro in 35 metri quadrati. Qui abbiamo tre camere.”

I prezzi immobiliari hanno raggiunto livelli proibitivi.

Anche famiglie con redditi relativamente elevati sono costrette a guardare verso la periferia.

Gli appartamenti vengono spesso venduti senza rifiniture.

Niente intonaco.

Niente pavimenti.

Soltanto pannelli di cemento armato.

Eppure continuano a essere acquistati.

La domanda supera l’offerta.

I giovani vogliono lasciare gli appartamenti dell’epoca comunista, dove più generazioni vivono ancora insieme in spazi ridotti.

Altri arrivano dalle regioni russe e considerano Mosca il luogo naturale nel quale investire.

Così anche gli enormi condomini-alveare della periferia vengono commercializzati come abitazioni di prestigio.

Dal sogno sovietico al mercato

Negli anni Cinquanta e Sessanta il regime sovietico costruì migliaia di appartamenti nei microraiony e negli spalnye raiony.

L’obiettivo era offrire un alloggio individuale a milioni di persone ancora costrette nelle kommunal’ke.

Una stanza per famiglia.

Cucina condivisa.

Bagno condiviso.

L’uniformità progettuale rispondeva alla logica ideologica del sistema.

L’omologazione doveva eliminare la competizione e la differenza.

I nuovi quartieri concentrarono così migliaia di persone ai confini della città, mentre gli spazi più vicini al centro rimanevano occupati dalle industrie.

Quella tradizione di concentrare enormi masse di persone nelle periferie è sopravvissuta.

Anche il design, in parte, è rimasto.

È cambiata la motivazione.

Oggi si costruisce principalmente per ottenere il massimo rendimento economico.

Quartieri uguali

Lublino.

Butovo.

Novokosino.

Bibirevo.

Strogino.

Vikhino.

Medvedkovo.

Quartieri che sembrano copie l’uno dell’altro.

Densissimi.

Palazzi su palazzi.

Poco verde.

“La gente è costretta a vivere in spazi stretti e a trascorrere ore per raggiungere il lavoro”, racconta ancora Yelena.

“Io passo tre ore al giorno sui mezzi pubblici. Non posso andare in macchina perché impiegherei ancora più tempo.”

Poi conclude:

“Questa è la vita a Mosca.”

Una città che continua ad attrarre

La popolazione della capitale continua a crescere.

A chi risiede stabilmente in città si aggiungono ogni giorno centinaia di migliaia di pendolari provenienti dalle località circostanti.

Arrivano anche lavoratori da altre regioni russe e dai Paesi dell’ex Unione Sovietica.

Più persone.

Più automobili.

Più traffico.

La propka, l’ingorgo, è diventata uno dei grandi problemi della capitale.

Le autorità calcolano perdite economiche enormi legate alla congestione.

Nel frattempo la metropolitana continua a trasportare ogni giorno milioni di persone.

È il sistema circolatorio di una metropoli che sarebbe quasi impossibile attraversare altrimenti.

La grande muraglia

“Io vivo nella Grande Muraglia.”

Così Sergei, pittore di ventitré anni, chiama il proprio edificio a Strogino.

Vive con la madre, la nonna e due sorelle in un appartamento di tre camere.

“È l’edificio più lungo del quartiere.”

La vita dei giovani, racconta, è fatta soprattutto di spostamenti.

Ore in metropolitana per andare al lavoro.

Ore per raggiungere i locali del centro.

“Tutto il giorno saltiamo da un mezzo all’altro per coprire le distanze di questa megalopoli.”

Eppure, nonostante tutto, Sergei non vorrebbe vivere altrove.

“Mosca ha un’energia particolare. C’è vita in questa città. È l’unico posto dove potrei vivere.”

Ed è forse proprio questa la contraddizione definitiva delle periferie moscovite.

Sono luoghi descritti come deserti.

Dormitori.

Regni dei morti.

Macchine per abitare costruite da uno Stato senza volto o da un mercato senza misura.

Eppure, per milioni di persone, sono casa.

Luoghi dai quali fuggire ogni mattina.

E nei quali, ogni sera, inevitabilmente tornare.